I LUNEDI DI ASSIF – MILANO

6 Aprile 2009 – ore 17.00 /19.30
presso Intervita-Onlus – Via Serio, 6

Il titolo del prossimo Lunedì di ASSIF: Bilancio sociale, Bilancio di missione, Bilancio di partecipazione come strumenti di gestione della fiducia” dice già molto.

Per sottolineare ulteriormente l’importanza del tema, mi piace riprendere, tra i tanti, un concetto che ho ritrovato nella lettera del Presidente e del Direttore di ACRA, in apertura del Bilancio Sociale 2007:       ” …Come ONG assumiamo il dovere etico di affermare la cultura della solidarietà e della responsabilità come risposta alle disuguaglanze ma, accanto al dovere della denuncia, ci proponiamo di operare secondo i principi dell’efficienza e della trasparenza. “Facendo bene il Bene” rispondiamo a tutti voi che ci sostenete e ci date la forza di  continuare il nostro percorso e il nostro impegno verso i poveri del mondo, affinchè ciò che sembra impossibile da soli, diventi possibile insieme!”

PROGRAMMA:

Tema:

Bilancio sociale,bilancio di missione, bilancio di partecipazione come strumenti di gestione della fiducia.”

Saluto:

Daniela Bernacchi (Direttore Generale Intervita-Onlus)

Introduzione:

Beppe Cacòpardo (Consigliere ASSIF)

Interventi:

Paola Gennari Santori (Partner Officina Etica Consulting)
Emanuela Bandettini (Resp. Amministrazione/Finanza ACRA-Ong)
Antonio Iannetta (Presidente Comitato UISP Milano)

Dibattito e conclusioni

6 Aprile 2009 – ore 17.00 /19.30
presso Intervita-Onlus – Via Serio, 6 – Milano
Tram 24 – Filobus 90-91 (fermata incrocio con Via Ripamonti)

L’incontro sarà anche l’occasione per rilanciare la campagna di tesseramento ASSIF 2009.

Vi attendiamo numerosi.

Per informazioni e prenotazioni: Daniela Uggeri 02 45490877daniela.uggeri@assif.it

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Pubblicato da: Beppe Cacòpardo | 8 marzo, 2009

MICROCREDITO E BUSINESS SOCIALE PER LA RIDUZIONE DELLA POVERTA'

Junus Muhammad

Junus Muhammad

In una fase grave e prolungata di crisi come quella che stiamo attraversando,  mi sembra utile  pubblicare sul mio blog l’intervento di Muhammad Yunus alla conferenza di Fondazione Cariplo del 2 marzo 2009.  Momento di riflessione e stimolo per nuove idee per tutti noi che operiamo nel sociale.

Fonte: Fondazione Cariplo

Intervento di MUHAMMAD YUNUS alla conferenza di Fondazione Cariplo — 2 Marzo 2009

Ho cominciato ad occuparmi della povertà non come politico o ricercatore. L’ho fatto perché ero circondato dalla povertà e non potevo ignorarla.

Nel 1974, trovavo difficile insegnare le eleganti teorie dell’economia nella classi universitarie, con lo sfondo della terribile carestia del Bangladesh. Improvvisamente mi resi conto della vacuità di quelle teorie rispetto alla fame e alla povertà schiaccianti. Volevo fare qualcosa di immediato per aiutare chi mi stava intorno, anche se si fosse trattato di una sola persona, ad arrivare al giorno dopo facendo un po’ meno fatica.Questo mi ha fatto incontrare faccia a faccia con la lotta condotta dai poveri per racimolare la più minuscola somma di denaro che li aiuti a sostenere i loro sforzi per tirare avanti. Sono rimasto sconvolto quando ho saputo di una donna in un villaggio che, avendo chiesto in prestito meno di un dollaro ad un usuraio, lo aveva ottenuto a condizione di dargli il diritto esclusivo di comprare poi al prezzo da lui deciso tutto ciò che avesse prodotto. Mi sembrava che questo fosse un modo di reclutare mano d’opera per un lavoro forzato.

Decisi di redigere un elenco delle vittime di questo sistema di prestito di denaro nel villaggio vicino al nostro campus.

Quando la lista fu completata, riportava il nome di 42 vittime che avevano ottenuto in prestito una somma che ammontava a 27 dollari. Ero shoccato. Misi a disposizione 27 dollari di tasca mia per strappare queste vittime dalle mani degli strozzini. L’eccitazione che questa piccola azione aveva provocato tra la gente, mi portò a coinvolgermi ancora di più. Se avevo potuto rendere così tante persone così felici con una somma di denaro tanto ridotta, perché non fare di più?

Questo è ciò che ho provato a fare da allora in poi.La prima cosa che ho fatto è stata cercare di persuadere la banca del campus a prestare denaro ai poveri. Ma non ha funzionato. Non erano d’accordo. La banca ha detto che i poveri non erano solvibili. Dopo che tutti i miei sforzi, durati diversi mesi, risultarono vani, mi offrii come garante dei prestiti concessi ai poveri. Quando erogai i prestiti, fui stupito dal risultato. I poveri ripagavano i loro prestiti, puntuali, ogni volta! Ma continuavo a incontrare difficoltà nell’ampliamento del programma attraverso le banche esistenti.Fu allora che decisi di creare una banca diversa, per i poveri. Ci riuscii finalmente nel 1983. La chiamai Grameen Bank o banca del villaggio.

Oggi la Grameen Bank eroga prestiti ad oltre 7,6 milioni di persone, il 97 per cento delle quali sono donne, in 83.566 villaggi del Bangladesh. La Grameen Bank eroga prestiti che non necessitano di garanzie, prestiti per la casa, prestiti per studenti e per micro-imprese per le famiglie povere e offre ai suoi membri una serie attraente di strumenti di risparmio, fondi pensione e prodotti assicurativi. Da quando sono stati introdotti nel 1984, i prestiti per la casa sono stati impiegati per costruire 665.568 abitazioni. La proprietà legale di queste abitazioni è delle donne stesse. Ci siamo concentrati sulle donne perché abbiamo scoperto che garantire il prestito alla donna portava maggiori benefici alla famiglia.

Cumulativamente la banca ha erogato prestiti per un totale di 7,59 miliardi di dollari. Il tasso di restituzione è del 98,32 per cento. La Grameen Bank normalmente realizza un utile. Dal punto di vista finanziario è indipendente e non accetta donazioni in denaro dal 1995. I depositi e le risorse della Grameen Bank assommano oggi al 1.585 per cento dei prestiti concessi. Secondo gli studi interni della Grameen bank, il 65 per cento dei beneficiari di prestiti ha superato la soglia della povertà.

Questa idea che ha avuto inizio a Jobra, un piccolo villaggio del Bangladesh, si è diffusa nel mondo ed oggi vi sono programmi di tipo Grameen in quasi tutti i paesi.

Seconda generazione

Sono passati 30 anni da quando abbiamo cominciato. Continuiamo a guardare i figli dei nostri clienti per vedere l’effetto del nostro lavoro sulla loro esistenza. Le donne che ci hanno chiesto un prestito hanno sempre data la massima attenzione ai loro figli. Une delle “Sedici decisioni” da loro sviluppate e seguite è quella di mandare i figli a scuola. La Grameen Bank le ha incoraggiate, e ben presto tutti i loro bambini sono andati a scuola. Molti di loro sono diventati i primi della classe. Abbiamo voluto encomiare tutto ciò, così abbiamo introdotto delle borse di studio per gli studenti di talento. Molti di questi bambini hanno avuto accesso all’educazione superiore per diventare medici, ingegneri, insegnanti e professionisti. Abbiamo introdotto i prestiti per gli studenti per agevolare il completamento dell’istruzione da parte degli studenti Grameen. Ora alcuni di loro hanno conseguito un Dottorato (PhD).

Stiamo creando una generazione completamente nuova che sarà ben equipaggiata per strappare le proprie famiglie dalla povertà. Vogliamo spezzare il perpetrarsi storico della povertà.

Molti dei problemi del mondo odierno, compresa la povertà, persistono a causa di un’interpretazione troppo ristretta del capitalismo.

Il capitalismo si incentra sul libero mercato. Si dichiara che più sarà libero il mercato e migliore sarà il risultato conseguito dal capitalismo, nella soluzione delle questioni del cosa, del dove e del per chi. Si dice anche che la ricerca individuale del guadagno personale porti ad un risultato collettivo ottimale.

La teoria del capitalismo assume che gli imprenditori siano esseri umani mono-dimensionali, dedicati alla sola missione di massimizzare il profitto nelle loro esistenze lavorative. Questa interpretazione del capitalismo isola gli imprenditori da tutte le dimensioni politiche, emotive, sociali, spirituali e ambientali della loro esistenza. Molti dei problemi del mondo esistono a causa di questo vincolo sugli attori del libero mercato.

Siamo stati tanto impressionati dal successo del libero mercato da non avere mai osato esprimere alcun dubbio riguardo ai nostri assunti basilari. Abbiamo lavorato con molto impegno per trasformarci, nel miglior modo possibile, negli esseri umani mono-dimensionali concepiti dalla teoria, per consentire il più regolare funzionamento del meccanismo del libero mercato.

Ho detto che il capitalismo è una storia raccontata a metà. Definendo l’imprenditore in modo più ampio, possiamo cambiare radicalmente il carattere del capitalismo, e risolvere molti dei problemi sociali ed economici non risolti nell’ambito del libero mercato. Proviamo a immaginare che l’imprenditore, invece di avere una sola fonte di motivazione (come, massimizzare il profitto), ne abbia due, mutualmente esclusive, ma ugualmente convincenti — a) massimizzazione del profitto e b) far del bene alla gente e al mondo.

Ciascuna delle due motivazioni condurrà a un diverso tipo di business. Chiamiamo il primo tipo “business a massimizzazione del profitto” e il secondo “business sociale”.

Il business sociale sarà un nuovo tipo di business introdotto nel mercato con l’obiettivo di fare la differenza nel mondo. Gli investitori nel business sociale recupereranno il denaro investito, ma non avranno alcun dividendo dall’impresa. Il profitto verrà reinvestito nell’impresa per ampliarsi e migliorare la qualità del suo prodotto o servizio. Un’impresa sociale sarà costituita da una impresa non-loss e senza dividendi.

Una volta che il business sociale sarà riconosciuto dalla legge, molte delle società esistenti si faranno avanti per creare del business sociale oltre alle loro attività fondamentali. Molti attivisti del settore non-profit troveranno interessante questa opzione. A differenza di quanto avviene nel settore non-profit dove si devono cercare donazioni per mantenere in vita le attività, l’impresa sociale è auto-sostenibile e crea un sovrappiù di espansione perché si tratta di un impresa nonloss. L’impresa sociale entrerà in un nuovo e dedicato tipo di mercato dei capitali, per raccogliere capitali.

I giovani di tutto il mondo, in particolare dei paesi ricchi, troveranno il concetto di business sociale molto affascinante perché darà loro l’opportunità di fare la differenza usando il proprio talento creativo.

Quasi tutti i problemi sociali ed economici del mondo verranno trattati attraverso il business sociale. La sfida è quella di innovare i modelli di business e di applicarli con efficacia dei costi ed efficienza alla produzione dei risultati sociali desiderati, l’assistenza sanitaria dei poveri può essere un business sociale, così come i servizi finanziari per i poveri, la tecnologia dell’informazione, l’educazione e la formazione dei poveri, il marketing, le energie rinnovabili — che costituiscono tutte idee entusiasmanti per il business sociale.

Il business sociale è importante in quanto si occupa di aspetti molto vitali dell’umanità. Esso è in grado di cambiare la vita per il 60 per cento della popolazione mondiale, ovvero per la parte che si trova ai livelli sociali più bassi, e aiutarla ad uscire dalla povertà.

Non è possibile affrontare il problema della povertà all’interno dell’ortodossia del capitalismo così come viene pontificato e praticato oggi. Alla luce dell’incapacità di molti governi del Terzo Mondo di gestire in modo efficiente l’attività economica, sanitaria, educativa ed assistenziale dei propri Paesi, molti sono pronti a raccomandare che tali attività vengano “trasferite al settore privato”. Sostengo pienamente questa raccomandazione. Ma, allo stesso tempo, vorrei sollevare una domanda: di quale settore privato stiamo parlando? Il settore privato che si fonda sulla ricerca del profitto personale segue un suo protocollo molto chiaro. Esso si scontra violentemente con i programmi a favore dei poveri, delle donne e dell’ambiente. Le teorie economiche non sono ancora riuscite a fornirci un’alternativa di alcun genere rispetto a questo tipo di settore privato. A fronte di ciò, io sostengo che noi possiamo creare un’alternativa potente — un settore privato che si nutre dell’energia della coscienza sociale, creato da imprenditori sociali.

Persino le imprese basate sulla massimizzazione del profitto si possono concepire come imprese sociali attraverso il conferimento totale o parziale della proprietà ai poveri. Questo costituisce un secondo tipo di business sociale. La Grameen Bank rientra in questa categoria di business sociale, in quanto la proprietà è detenuta dai poveri.

Le azioni di queste imprese potrebbero venire date ai poveri da parte di donatori, oppure potrebbero venire acquistate dai poveri con denaro proprio. I beneficiari dei prestiti acquistano le azioni della Grameen Bank con il proprio denaro e tali azioni non sono trasferibili ai non beneficiari. Un team di professionisti dedicato si occupa della gestione quotidiana della banca. Questo tipo di business sociale potrebbe facilmente essere creato da donatori bi- o multi-laterali. Nel caso in cui un donatore volesse concedere un prestito oppure fare una donazione per la costruzione di un ponte in un paese beneficiario, potrebbe creare una “società per il ponte”, di proprietà dei poveri del luogo. Una società di management dedicato potrebbe avere la responsabilità di gestire l’impresa. Gli utili dell’impresa andrebbero ai poveri del luogo come dividendi, e costituire un fondo per la costruzione di altri ponti. Molte opere infrastrutturali, come strade, autostrade, aeroporti, porti navali e società di servizi pubblici potrebbero essere costituite proprio in questo modo.

La Grameen ha creato due imprese sociali del primo tipo. La prima consiste in una fabbrica di yogurt per la produzione di yogurt fortificato con supplementi nutrizionali per la alimentazione dei bambini malnutriti. Si tratta di una joint venture con la Danone che continuerà a sviluppare la propria attività finché a tutti i bimbi malnutriti del Bangladesh non sarà possibile avere accesso allo yogurt fortificato. Un’altra impresa riguarda una catena di ospedali oftalmologici, dove ogni ospedale si assumerà la responsabilità di effettuare in media 10.000 interventi sulla cataratta all’anno, a tariffe differenziate per i ricchi e i poveri.

Per poter mettere in collegamento gli investitori con il business sociale, dobbiamo creare una borsa esclusivamente per gli scambi delle azioni delle imprese sociali. Gli investitori dovrebbero potersi avvicinare a tali borse con la chiara intenzione di trovarvi un’impresa che abbia una mission di loro gradimento. Per contro, gli investitori che hanno soltanto l’obiettivo del profitto si rivolgeranno alla borsa tradizionale.

Per permettere il buon funzionamento di una borsa valori sociale, si dovranno creare delle agenzie di rating e si dovranno standardizzare la terminologia, le definizioni, gli strumenti per la misurazione d’impatto, il formato del ‘reporting’ e delle nuove pubblicazioni finanziarie, come per esempio, The Social Wall Street Journal. Le facoltà di economia dovranno prevedere corsi di laurea in imprenditoria sociale, in modo da formare dei giovani manager per la gestione efficiente delle imprese commerciali sociali e, più di ogni altra cosa, per ispirarli a diventare degli imprenditori commerciali sociali in prima persona.

Io sono a favore della globalizzazione e sono convinto che possa comportare più benefici per i poveri di qualsiasi alternativa. Tuttavia, si deve trattare del giusto tipo di globalizzazione. Per me, la globalizzazione è come un’autostrada a cento corsie che percorre il mondo in tutte le direzioni. Se l’autostrada è completamente gratuita per tutti, le corsie verranno invase dagli autotreni giganti delle economie potenti. I rickshaw del Bangladesh verranno spinti fuori strada. Per poter avere una globalizzazione in cui non vi sono vincitori né vinti, devono esistere delle regole del traffico, una polizia stradale e un’ente per il traffico che gestisca quest’autostrada globale. La regola secondo cui “il più forte prende tutto” dovrà essere sostituita da un regolamento che assicuri che i più poveri abbiano uno spazio e un ruolo nel quadro generale, senza il timore di venire estromessi dai più forti. La globalizzazione non deve trasformarsi in imperialismo finanziario.

E’ possibile creare delle potenti imprese sociali multinazionali per non disperdere i benefici per i popoli e per i paesi poveri derivanti dalla globalizzazione. Attraverso le imprese sociali si potrà, da un lato, darne la proprietà ai poveri e, dall’altro, mantenere il profitto all’interno dei paesi poveri, perché tali aziende non opereranno per il profitto. Per i paesi destinatari, gli investimenti stranieri diretti rappresenteranno un elemento di entusiasmo. Un’area di grande interesse per le imprese sociali sarà costituita dalla costruzione di forti economie nei paesi poveri ottenuta attraverso la protezione degli interessi nazionali nei confronti delle società predatrici.

Sono convinto che siamo in grado di creare un mondo senza povertà perché la povertà non è creata dai poveri. Essa è un prodotto creato e sostenuto dal sistema economico e sociale che ci siamo costruiti; dalle istituzioni e dai concetti che compongono tale sistema; dalle politiche che noi perseguiamo.

La povertà nasce dal fatto che le nostre teorie sono costruite in base ad assunti che sottovalutano le capacità umane. I concetti di base sono miopi (intendo il concetto di impresa, di solvibilità, di imprenditorialità, di occupazione) e le istituzioni sono state lasciate incomplete (come le istituzioni finanziarie, da cui i poveri sono stati esclusi). La povertà nasce da un fallimento concettuale, piuttosto che dalla mancanza di capacità da parte delle persone.

Io sono fermamente convinto che possiamo creare un mondo senza povertà se ci crediamo, tutti insieme. In un mondo dove la povertà non esistesse, l’unico luogo in cui la si potrebbe vedere sarebbe nei musei della povertà. Quando le scolaresche andrebbero a visitarli, rimarrebbero inorridite dal livello di miseria e mancanza di dignità a cui parte del genere umano era stato sottoposto. Essi incolperebbero i propri antenati per aver tollerato questa condizione inumana, che sarebbe esistita per un tempo così lungo e per un numero così grande di persone.

Gli esseri umani vengono al mondo provvisti di tutto quanto serve per occuparsi di se stessi, ma non solo. Essi sono in grado di contribuire ad estendere il benessere del mondo nel suo insieme. Alcuni hanno l’opportunità di esplorare il proprio potenziale, almeno in parte, mentre altri, per tutta la durata della propria vita, non hanno mai l’opportunità di poter svelare i meravigliosi doni con cui sono nati. Essi muoiono ‘inesplorati’ e il mondo viene privato delle loro capacità e del loro contributo.

La Grameen Bank mi ha dato una fede incrollabile nella creatività degli esseri umani e questo mi ha condotto alla convinzione che essi non sono nati per soffrire lo stato di infelicità comportato dalla fame e dalla povertà.

Per me, i poveri sono come gli alberi bonsai. Quando, in un vaso, si pianta il seme sano di un grande albero, si ottiene una copia di questo grande albero dell’altezza di pochi centimetri. Il seme non era difettoso, ma il terreno di coltura non era adeguato. I poveri sono come i bonsai. Il loro seme non ha difetti; semplicemente, la società non ha fornito loro il terreno adatto per crescere. Ne segue che tutto ciò che serve per togliere i poveri dalla povertà è la creazione di un ambiente fertile. Se i poveri riusciranno a scatenare la propria energia e creatività, la povertà scomparirà molto velocemente. Uniamo le mani per dare ad ogni essere umano un’equa possibilità di scatenare la propria energia e creatività.

Pubblicato da: Beppe Cacòpardo | 24 febbraio, 2009

VIVERE E MORIRE SECONDO IL VANGELO

Un amico mi ha inviato questo articolo di Enzo Bianchi,  fondatore e priore della Comunità Monastica di Bose, apparso su “La Stampa” del 15 febbraio 2009.  Lo pubblico con la volontà di proseguire nel dialogo tra laici e cattolici con senso della misura e del rispetto per l’altro.

ARTURO MARTINI - Il sogno

ARTURO MARTINI - Il sogno

VIVERE E MORIRE SECONDO IL VANGELO
di Enzo Bianchi – La Stampa, 15 febbraio 2009

“C’è un tempo per tacere e un tempo per parlare” ammoniva Qohelet, così come “c’è un tempo per nascere e un tempo per morire; un tempo per uccidere e un tempo per guarire…”. Veniamo da settimane in cui questa antica sapienza umana – prima ancora che biblica – è parsa dimenticata: anche tra i pochi che parlavano per invocare il silenzio v’era chi sembrava mosso più che altro dal desiderio di far tacere quanti la pensavano diversamente da lui.   Soprattutto si è avuto l’impressione che l’insieme della nostra società non avesse certezze condivise sulla scansione dei diversi “tempi” e sul significato dei diversi verbi usati da Qohelet a indicare lo scorrere dell’esistenza umana: quando è “tempo” per questo o per quell’altro? E cosa significa parlare, morire, uccidere, guarire?  Uno smarrimento di senso condiviso che ha coinvolto anche parole
forti attinenti ai principi fondamentali dell’etica: dignità, libertà, volontà, rispetto, carità, vita…

Le settimane appena trascorse saranno sicuramente ricordate come “giorni cattivi” da molti cristiani, ma anche da molti uomini e donne non cristiani che tentano ogni giorno di rinnovare la loro ricerca di senso, soprattutto attraverso la faticosa lotta dell’amare in verità e dal lasciarsi amare da quanti sono loro accanto. “Giorni cattivi” è un’espressione biblica che indica tempi privi di una parola da parte di Dio, da parte dei suoi profeti e quindi anche privi di parole umane sincere, vere, autentiche: tempi in cui si fa silenzio per non aumentare il rumore, la rissa, l’aggressione nella comunità umana e per evitare che parole sensate vengano triturate insieme alle insensate e non si riesca poi più a recuperarle per giorni migliori. Per questo molti hanno preferito il silenzio. Da parte mia confesso che, anche se il direttore di questo giornale mi ha invitato più volte a scrivere, ho preferito fare silenzio anzi, soffrire in silenzio aspettando l’ora in cui fosse forse possibile – ma non è certo – dire una parola udibile.

Attorno all’agonia lunga diciassette anni di una donna, attorno al dramma di una famiglia nella sofferenza, si è consumato uno scontro incivile, una gazzarra indegna dello stile cristiano: giorno dopo giorno, nel silenzio abitato dalla mia fede in Dio e dalla mia fedeltà alla terra e all’umanità di cui sono parte, constatavo una violenza verbale, e a volte addirittura fisica, che strideva con la mia fede cristiana. Non potevo ascoltare quelle grida – “assassini”, “boia”, “lasciatela a noi”… – senza pensare a Gesù di Nazaret che quando gli hanno portato una donna gridando “adultera” ha fatto silenzio a lungo, per poterle dire a un certo punto: “Donna (non “adultera”), neppure io ti condanno: va’ e non peccare più”; non riuscivo ad ascoltare quelle urla minacciose senza pensare a Gesù che in croce non urla “ladro, assassino!” al brigante non pentito, ma in silenzio gli sta accanto, condividendone la condizione di colpevole e il supplizio. Che senso ha per un cristiano recitare rosari e insultare? O pregare ostentatamente in piazza con uno stile da manifestazione politica o sindacale?

Ma accanto a queste contraddizioni laceranti, come non soffrire per la strumentalizzazione politica dell’agonia di questa donna? Una politica che arriva in ritardo nello svolgere il ruolo che le è proprio – offrire un quadro legislativo adeguato e condiviso per tematiche così sensibili – e che brutalmente invade lo spazio più intimo e personale al solo fine del potere; una politica che si finge al servizio di un’etica superiore, l’etica cristiana, e che cerca, con il compiacimento anche di cattolici, di trasformare il cristianesimo in religione civile. L’abbiamo detto e scritto più volte: se mai la fede cristiana venisse declinata come religione civile, non solo perderebbe la sua capacità profetica, ma sarebbe ridotta a cappellania del potente di turno, diverrebbe sale senza più sapore secondo le parole di Gesù, incapace di stare nel mondo facendo memoria del suo Signore.

E’ avvenuto quanto più volte avevo intravisto e temuto: lo scontro di civiltà preconizzato da Huntington non si è consumato come scontro di religioni ma come scontro di etiche, con gli effetti devastanti di una maggiore divisione e contrapposizione nella polis e, va detto, anche nella chiesa. Da questi “giorni cattivi” usciamo più divisi e non certo per quella separazione in nome di Cristo che, con il comandamento nuovo dell’amore da estendersi fino ai nemici, può provocare divisione anche tra genitori e figli, all’interno della famiglia o della “casa” di appartenenza. Abbiamo invece conosciuto divisione in nome di quel male che affligge l’umanità e che trasforma la diversità in demonizzazione dell’altro, muta l’avversario in nemico, interrompe o nega il confronto e il dialogo, dando origine a posizioni ideologiche capaci di violenza prima verbale poi fisica e sociale. Da un lato il fondamentalismo religioso che cresce, dall’altro un nichilismo che rigetta ogni etica condivisa fanno sì che cessi l’ascolto reciproco e la società sia sempre più segnata dalla barbarie.

Per chi come me ha pensato di dedicare tutte le fatiche alla ricerca del dialogo, del confronto, del faticoso cammino verso la comunione, innanzitutto nello spazio cristiano e poi tra gli uomini, e in questo sforzo sentiva di poter rendere conto della speranza cristiana che lo abita e di annunciare il vangelo che lo anima, questi giorni sono davvero cattivi. Come ignorare anche gli altri segni di barbarie cui stiamo assistendo in questa amara stagione? Leggi che chiedono ai medici di segnalare alle forze dell’ordine la presenza di clandestini che necessitano di cure mediche, vanificando così il diritto alla salute riconosciuto a qualunque essere umano; episodi ormai ricorrenti di giovani e ragazzi che danno fuoco a immigrati o a mendicanti; senzatetto di cui si prevede la schedatura mentre li si lascia morire di freddo; esercizio della violenza in branco verso donne o disabili…

Sì, ci sono state anche voci di compassione, ma nel clamore generale sono passate quasi inascoltate. L’Osservatore romano ha coraggiosamente chiesto – tramite le parole del suo direttore, il tono e la frequenza degli interventi – di evitare strumentalizzazioni da ogni parte, di scongiurare lo scontro ideologico, di richiamare al rispetto della morte stessa. Ma molti mass media in realtà sono apparsi ostaggio di una battaglia frontale in cui nessuno dei contendenti si è risparmiato mezzi ingiustificabili dal fine. Eppure, di vita e di morte si trattava, realtà intimamente unite e pertanto non attribuibili in esclusiva a un campo o all’altro, a una cultura o a un’altra. La morte resta un enigma per tutti, diviene mistero per i credenti: un evento che non deve essere rimosso, ma che dà alla nostra vita il suo limite e fornisce le ragioni della responsabilità personale e sociale; un evento che tutti ci minaccia e tutti ci attende come esito finale della vita e, quindi, parte della vita stessa, un evento da viversi perciò soprattutto nell’amore: amore per chi resta e accettazione dell’amore che si riceve. Sì, questa è la sola verità che dovremmo cercare di vivere nella morte e accanto a chi muore, anche quando questo risulta difficile e faticoso. Infatti la morte non è sempre quella di un uomo o una donna che, sazi di giorni, si spengono quasi naturalmente come candela, circondati dagli affetti più cari. No, a volte è “agonia”, lotta dolorosa, perfino abbrutente a causa della sofferenza fisica; oggi è sempre più spesso consegnata alla scienza medica, alla tecnica, alle strutture e ai macchinari…

Che dire a questo proposito? La vita è un dono e non una preda: nessuno si dà la vita da se stesso né può conquistarla con la forza. Nello spazio della fede i credenti, accanto alla speranza nella vita in Dio oltre la morte, hanno la consapevolezza che questo dono viene da Dio: ricevuta da lui, a lui va ridata con un atto puntuale di obbedienza, cercando, a volte anche a fatica, di ringraziare Dio: “Ti ringrazio, mio Dio, di avermi creato…”. Ma il credente sa che molti cristiani di fronte a quell’incontro finale con Dio hanno deciso di pronunciare un “sì” che comportava la rinuncia ad accanirsi per ritardare il momento di quel faccia a faccia temuto e sperato. Quanti monaci, quante donne e uomini santi, di fronte alla morte hanno chiesto di restare soli e di cibarsi solo dell’eucarestia, quanti hanno recitato il Nunc dimittis, il “lascia andare, o Signore, il tuo servo” come ultima preghiera nell’attesa dell’incontro con colui che hanno tanto cercato… Negli anni più vicini a noi, pensiamo al patriarca Athenagoras I e a papa Giovanni Paolo II: due cristiani, due vescovi, due capi di chiese che hanno voluto e saputo spegnersi acconsentendo alla chiamata di Dio, facendo della morte l’estremo atto di obbedienza nell’amore al loro Signore.

Testimonianze come queste sono il patrimonio prezioso che la chiesa può offrire anche a chi non crede, come segno grande di un anticipo della vittoria sull’ultimo nemico del genere umano, la morte. Voci come queste avremmo voluto che accompagnassero il silenzio di rispetto e compassione in questi giorni cattivi assordati da un vociare indegno. La chiesa cattolica e tutte le chiese cristiane sono convinte di dover affermare pubblicamente e soprattutto di testimoniare con il vissuto che la vita non può essere tolta o spenta da nessuno e che, dal concepimento alla morte naturale essa ha un valore che nessun uomo può contraddire o negare; ma i cristiani in questo impegno non devono mai contraddire quello stile che Gesù ha richiesto ai suoi discepoli: uno stile che pur nella fermezza deve mostrare misericordia e compassione senza mai diventare disprezzo e condanna di chi pensa diversamente.

Allora, da una millenaria tradizione di amore per la vita, di accettazione della morte e di fede nella risurrezione possono nascere parole in grado di rispondere agli inediti interrogativi che il progresso delle scienze e delle tecniche mediche pongono al limitare in cui vita e morte si incontrano. Così le riassumeva la lettera pontificale di Paolo VI indirizzata ai medici cattolici nel 1970: “Il carattere sacro della vita è ciò che impedisce al medico di uccidere e che lo obbliga nello stesso tempo a dedicarsi con tutte le risorse della sua arte a lottare contro la morte. Questo non significa tuttavia obbligarlo a utilizzare tutte le tecniche di sopravvivenza che gli offre una scienza instancabilmente creatrice. In molti casi non sarebbe forse un’inutile tortura imporre la rianimazione vegetativa nella fase terminale di una malattia incurabile? In quel caso, il dovere del medico è piuttosto di impegnarsi ad alleviare la sofferenza, invece di voler prolungare il più a lungo possibile, con qualsiasi mezzo e in qualsiasi condizione, una vita che non è più pienamente umana e che va naturalmente verso il suo epilogo: l’ora ineluttabile e sacra dell’incontro dell’anima con il suo Creatore, attraverso un passaggio doloroso che la rende partecipe della passione di Cristo. Anche in questo il medico deve rispettare la vita”.

Ecco, questo è il contributo che con rispetto e semplicità i cristiani possono offrire a quanti non condividono la loro fede affinché la società ritrovi un’etica condivisa e ciascuno possa vivere e morire nell’amore e nella libertà.

Enzo Bianchi

Fonte: http://www.monasterodibose.it/index.php/content/view/2800/26/lang,it/

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